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Vanessa Incontrada e le altre. La body positivity è una truffa

Le Wanna Marchi degli anni ’90 ti chiamavano cicciona e ti vendevano gli sciogli pancia, oggi le nuove imbonitrici sono gentili e ti vendono la body positivity. Alla gente piace essere truffata. E s’è anche convinta leggendo riassunti di fat studies che l’obesità sia interamente una costruzione sociale. Si rifiutano i consigli dei medici, si nega la scienza, si diventa paranoici al punto di sostenere che persino le sedie sono ostili (lo ha fatto tempo fa la scrittrice Roxane Gay: un che vive col terrore di rompere una sedia e punta il dito contro chi le ha costruite: quasi meglio lo sciogli pancia).

 

 

La conseguenza di tutto questo? In pratica non si è più liberi né di ingrassare né di dimagrire. Solo di lamentarsi.

 

Specialmente se sei una donna. Se ingrassi ti tocca metter su il monologo di quella che è felice di rompere le bilance, se dimagrisci ti rimproverano d’aver tradito la setta. Recentemente entrambe le cose sono accadute a Vanessa Incontrada. La rivista Nuovo ha pubblicato in copertina Incontrada che sembra si sia mangiata Kirstie Alley. È in una posa sgraziata in cui sembra seduta sui ricci di mare, e nella logica sintetica dei titoli si tratta di bodyshaming. Sì, il titolo “Incontrada sfoggia un bikini” è intenzionalmente subdolo. Ma a giudicare quel corpo non è lo sguardo impersonale della fotocamera: è il nostro.

 

Diciamolo subito: se possiamo dire di una donna che è bella possiamo anche dire di una donna che è brutta.

  

Questo vale anche per gli uomini. Lo facciamo quando sono grassi molto bassi pelati o troppo magri (c’è persino un programma inglese che giudica il pene dei concorrenti: dovrebbero invitare Chiara Nasti). Da Brunetta a Calenda, passando da Fassino alla faccia di plastica di qualche attore hollywoodiano. Le figure pubbliche lavorano col proprio corpo, ci vendono un immaginario, noi lo apprezziamo o disprezziamo. Lo abbiamo sempre fatto. Ciò che è cambiato è che ora tutti i nostri pensieri da “ha le caviglie larghe come il collo” a “Sembra un carlino” finiscono in timeline. Incontrada ha poi pubblicato una foto in cui fa jogging e qualcuno l’ha accusata di ipocrisia (succede quando leghi l’ingrassare e il dimagrire a delle dichiarazioni politiche anziché alla quantità di calorie che ingerisci).

   

Sulle scale della stazione Centrale di Milano qualche settimana fa c’erano dei consigli per dimagrire. “Vuoi perdere peso? La prima sfida è salire a piedi. Inizia da qui”. Gli influencer grassofili hanno subito polemizzato e accusato gli scalini di grassofobia, strutture oppressive, e decostruzioni postmoderne. A me è sembrata solo una scusa per non fare le scale. 

  

Per una persona obesa se una sedia non regge il suo peso è certamente umiliante. Così come lo è essere osservati, presi in giro, insultati o discriminati sul lavoro (o su una copertina di giornale). Il punto è che i canoni non li cambieremo con la cura Ludovico obbligandoci a fissare attrici morbide pascolare: i canoni sono una negoziazione e un patto sociale. Non puoi neppure obbligare qualcuno a desiderarti dopo un sermone. Se appari brutta in copertina è perché la body positivity è un truffa. La bellezza è esclusiva non inclusiva.

  

Scrivono Helen Pluckrose e James Lindsay in “La nuova intolleranza“ (Linkiesta Books) che il fat activism potrebbe svolgere un ruolo prezioso nella società, se solo potesse contrastare la discriminazione e il pregiudizio contro le persone obese e essere loro d’aiuto senza cadere nel costruttivismo sociale radicale. Purtroppo però: “I fat studies sono tra le forme più irrazionali e ideologiche di attivismo accademico nell’ambito degli studi sull’identità”. E la versione bignami che circola sui quotidiani e sui social è un esempio.

  

Lasciarsi ferire dai commenti di sconosciuti è molto peggio d’essere grassi. Siamo sempre grassi ma un po’ più delicati. Oggi anche le clienti della Marchi aprirebbero un canale Instagram per dirci che le calorie sono patriarcali. Meglio oppresse che grasse?

GIULIO ROMANI,   ALEJANDRO GARCIA ALVAREZ, IXE, LUGANO

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