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Le app di incontri e il ghosting che è sempre esistito

“Il ghosting è violenza!”, ha detto Michela Murgia in una recente diretta Instagram. Ipsa dixit e non si discute.

 

Adesso che anche i nonnetti conoscono Tinder e le nonne si attaccano a Whatsapp, l’etologia digitale è divenuta una mezza materia d’esame. È una cosa seria, universale. E sempre più spesso si ragiona di “ghosting” ovvero di “farsi fantasma”. Quando la corrispondenza d’amorosi sensi si spegne, c’è chi ghosta e chi diventa ghost-buster. Se di sana pianta decidi che l’altro non fa per te e scappi via senza dirglielo, allora hai ghostato. Se invece aspetti invano che un display t’illumini d’immenso, il ghostato sei tu. Già nel 2016 il sito di incontri online Plenty of Fish rilevava che, su un campione di 800 utenti fra i 18 e i 33 anni, l’80 per cento si era imbattuto in fantasmi di chat.

 

“Mi ha ghostato”, dice l’abbandonato quando l’altro sparisce di colpo e non sa il perché. La sua assenza è un assedio. E anziché ignorarlo, andare avanti o tutt’al più mandargli un bel vaffanculo-a-te-e-tutti-i-tuoi-cari, un catartico Adius alla Piero Ciampi, il ghostato insegue il ghostante fino a dilaniarsi. Rimugina sull’amante dissolto in unito screen. Non si dà pace e spesso il mal di alloggiare prevale. Che non si muore per amore è una gran bella verità. Certo si soffre, ci mancherebbe. Ma è un tantino eccessivo che a ogni piccola sofferenza corrisponda l’enorme stigma di una violenza.

 

Nel nostro tempo proliferante di accuse, è violenza se tartassi ed è violenza se sparisci. Eppure maleducati, pusillanimi o timorati di Dio c’erano anche prima di social network e app. Ci sono sempre stati. E il ghostato non sapeva mai se il ghosting fosse avvenuto per maleducazione, viltà, ripensamento o questioni morali. Si spedivano lettere a vuoto, si telefonava a un fisso da cui rispondeva il genitore ringhioso della dama scomparsa. E in quel non saperne niente, si facevano strada forza e rassegnazione.

 

Il punto potrebbe esser questo. Oggi non si vive di forza ma di rancore. Il telefono c’illude di sapere tutto dell’altro, di poter seguire i suoi movimenti, geolocalizzare, e perche no, magari un giorno lobotomizzare. Telecomandare un amato a quattro zampe, chissà. E dunque sale la rabbia se chi ghosta smonta il piano di conquista e dominio.

 

Sempre meno si accetta la maleducazione come un ovvio residuo dell’animale che è in lui, né si ammette che lei sia piuma al alito. Tutto dev’essere controllato. Il ghosting è un problema di oggi, ma c’era anche ieri. Semplicemente non era un big deal. Martin Heidegger lo spiegherebbe dicendo che “la parola procura l’essere alla cosa”. E quella cosa odiosa che è su Whatsapp la doppia spunta blu senza risposta, una parola se la meritava. Si è chiamata “ghosting” e, avendo oggi un termine, è diventata l’ennesimo fetermineno di violenza e piagnisteo. unito dei tanti problemi di chi problemi non ha. Perché foss’anche un problema, quello dello screanzato scomparso, la soluzione sarebbe semplice. Finanche banale. Sarebbe in quel mare che è pieno di pesci.

 

Lo sapevano i nonnetti che spedivano lettere a vuoto; lo dimenticano i loro delicatissimi nipoti. Eppure dovrebbero ricordarlo. A piano di nomi fatali, l’app canadese di incontri che ha sondato ventenni e trentenni ghostati si chiama proprio “abbondanza di pesce”, Plenty of Fish. Ma i millennials al mare e alla libertà preferiscono gli spettri e il risentimento. Chi non dimentica i morti si tenga poi i fantasmi. Sarà che la condotta virtuale ha un galateo tutto suo. Ma in amore vince chi ghosta.

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