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La sinergia Ferragni-Segre per la Memoria dell’Olocausto spinge quasi a dimenticare

La Storia si ripete sempre due volte: la prima come tragedia, la seconda come Chiara Ferragni (o, se preferite: La tragedia si ripete sempre due volte, la prima come Storia la seconda come stories). E così la senatrice Liliana Segre, sopravvissuta alle leggi razziali fasciste e ai campi di concentramento nazisti, ha pensato che per trasmettere ai giovani la memoria dell’Olocausto sia bene coinvolgere la nota imprenditrice e influencer da 27,3 milioni di follower – 21,3 milioni di persone in più delle celebri vittime. Capisco il punto: nell’èra del vittimismo globale, dove – soprattutto sui social – tutti sono dei sopravvissuti a qualcosa e ciascuno di noi è definito solo e soltanto da ciò che ha subìto nella vita, l’Olocausto è stato superato e rimpiazzato nell’immaginario collettivo e nel discorso pubblico dal body shaming, dal cat calling, dal mansplaining (oggidì un moderno “Diario” di Anna Frank sarebbe la toccante testimonianza di una bambina costretta a vivere in una soffitta per nascondersi dai bulli della scuola; mentre Steven Spielberg rivincerebbe sette Oscar se facesse un nuovo “Schindler’s List” dedicato alla figura di un moderatore di social network che salva più di mille persone dall’hate speech e da “contenuti che potrebbero offendere la vostra sensibilità”).

  

Sarebbe in effetti un atto di sanità mentale ripristinare se non delle gerarchie almeno una scala cromatica dell’essere vittima (un po’ come al allestito soccorso: codice esangue, arancione, rosso); o per lo meno provarci. Il punto, ancora una volta, non è il cosa ma il come; perché il fine giustifica i mezzi, ma il mezzo è il messaggio. La foto che ha immortalato l’incontro fra Chiara Ferragni e Liliana Segre (più di quattrocento mila like su Instagram) è stata condivisa anche sul profilo del brand Alessandro Enriquez per far conoscenza che il completo usato da Chiara Ferragni per incontrare una sopravvissuta alla Shoah era un suo abito. Basterebbe già solo questo per dichiarare morti – ancora una volta, per l’ennesima volta – sia il senso del tragico sia quello del ridicolo, delle cui spoglie si fa ormai scempio sull’altare del cattivo gusto con gran disinvoltura. A colpire Hannah Arendt nel 1963 durante il processo Eichmann fu la nota “banalità del male” di chi si rese responsabile dell’Olocausto; oggidì, nel 2022, a colpire un osservatore assai meno acuto come il sottoscritto di fronte al circoletto mediatico Segre/Ferragni è piuttosto “la banalità del bene” di chi cerca di trasmettere la Memoria dell’eccidio nazista degli ebrei alle future generazioni.

  

È banale infatti pensare che Chiara Ferragni parli ai giovani – semmai, ho la netta senso che Chiara Ferragni sia quella che noi adulti identifichiamo come “giovane”, mentre i ragazzini e le ragazzine già guardano altro, molto altro; e soprattutto rivolgersi a Chiara Ferragni per tenere viva la Memoria, passare cioè dai testimoni ai testimonial, riduce la Shoah ad adv e banalizza l’Olocausto a semplice brandizzazione. L’intento è nobile e sono certo che tutte le persone coinvolte siano in buona fede; ma c’è anche tanta, troppa ingenuità, e si rischia che l’Olocausto diventi soltanto una delle tante voci della cultura del vittimismo contemporaneo, capace di generare più mitomania che reale consapevolezza. Se il prezzo che l’Olocausto deve pagare per essere ricordato è farsi hashtag, trend topic, sfondo per i selfie, balletto su TikTok, non so, forse sarà più giusto – oltre che più dignitoso – dimenticare.

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