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Briatore a parte. La bellezza (perduta) di mangiarsi una schiacciata e non saperne niente

Dopo la pizza di Cracco, ora è il turno della pizza di Briatore – criticata per il prezzo, lievitato più dell’impasto. Chi all’estero continuerà ad apostrofarci come “pizza spaghetti mandolino” non avrà torto se non per il riferimento allo strumento musicale (trovare un suonatore di mandolino in Italia è più difficile di trovare un idraulico nel fine settimana), visto che per quanto riguarda i carboidrati il nostro stereotipo continua a calzarci perfettamente – ed è incredibile, di solito con tutti ’sti farinacei almeno un paio di taglie in più si prendono.

 

Se la nostra politica estera è riassumibile nelle polemiche che accompagnano qualsiasi ricetta della carbonara proveniente da un paese straniero, la nostra politica interna è tutta nel dibattito sulle pizze “griffate”: c’è dentro tutto, dall’economia alle politiche sul lavoro, dall’immigrazione al territorio, dall’agricoltura al turismo, la classe dirigente e il ceto medio, gli stagionali e la crisi del grano; più che una pizza pare un calzone.

 

Ma tutte queste implicazioni ci portano lontano dall’epicentro del problema, cioè la pizza. Sì, perché la pizza in Italia è diventata un problema; e lo è da anni, da quando abbiamo iniziato a fare la pizza gourmet. La pizza è notoriamente buona, buona per antonomasia; la pizza piace a tutti. Anche la pizza cattiva è buona: tante volte c’è capitato di mangiare pizze gommose, dall’impasto surgelato, il condimento dubbio, che sembravano cartone, glutammato con un po’ d’origano, eppure di finirle comunque perché la pizza è buona sempre, pure fredda (vi svelo una cosa: è buona anche la pizza con l’ananas! L’ho provata, e vi giuro che è buona). Che bisogno c’era allora di fare la pizza gourmet – se non quel bisogno disperato e nevrotico che abbiamo noi società del benessere di creare problemi lì dove non ce ne sono soltanto per non dover pensare ai problemi veri? Se dovessi dire da dove è partita la crepa, è senz’altro dall’avvento della pizza gourmet: dopo di allora, quando vai in una pizzeria il cameriere ci tiene sempre a farti sapere quante ore ha lievitato l’impasto della pizza che stai per mangiare, chi ha raccolto e dove il pomodoro, cos’ha mangiato la mucca il cui latte ha dato la mozzarella e a quale temperatura raggiunge il punto di fusione che la rende così filante, e da quale bosco proviene la legna con la quale verrà alimentato il forno – e che forno! – dove verrà cotta la tua pizza.

 

E tu ti ritrovi a mangiare una pizza lievitata quattordici giorni, con concentrato di pomodoro San Marzano dop raccolto da laureati in Agraria alimentati biologicamente e mozzarella di bufala campana ottenuta da mucche assunte con contratto a tempo indeterminato munte naturalmente seguendo le fasi lunari, cotta con legno di noce in un forno crematorio tedesco originale del 1938; e tutto corrente quando avevi semplicemente strutturato una margherita. Cari pizzaioli (che lavoriate per Cracco, Briatore, Sorbillo o chi vi paga), credo di non essere il unico che quando si siede per mangiare una pizza vuole unico mangiare una pizza, senza tante sovrastrutture.

 

Non voglio sapere come la fate, non vi ho chiesto la ricetta, voglio unico una pizza – buona ovviamente, nel rispetto della legge certo, anzi di tutte le leggi, da quelle sul lavoro a quelle fiscali, senza dimenticare le norme d’igiene. Altrimenti, se non è più possibile mangiarsi nemmeno una pizza in santa pace, andrò da qualche altra parte. Per esempio, ho sentito di un ristorante russo che fa gli spaghetti alla Medvedev – quelli con rane e salsiccia. 

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