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La vita ludica dell’arte – Il Sole 24 ORE

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L’arte, si sa, è impegno civile, morale, politico. È manifestazione sensibile – più diretta, immediata, e quindi intuitiva rispetto al veicolo concettuale – di un messaggio, razionale o emotivo che sia.
Così, perlomeno, è stata ampiamente intesa nell’ultimo secolo, sulla scorta del tentativo di coniugare l’afflato engagé germogliato all’insegna delle temperie ideali del Novecento con il desiderio tardo-capitalistico di immediatezza.

Il presentismo della nostra contemporaneità rifugge dalle mediazioni, dai processi di sintesi e di composizione, predilige la comunicazione diretta e istantanea, il discreto al continuo, e anche l’arte si uniforma a questa esigenza socio-culturale. Eppure, una sensibilità carsica alla nostra civiltà, minoritaria ma per nulla irrilevante, ci ricorda che l’arte è, sorgivamente, un gesto ludico.

Il gioco

Il gioco – ci spiega Johan Huizinga nel suo celebre Homo ludens – è «un’azione libera: conscia di non essere presa “sul serio” e situata al di fuori della vita consueta, che nondimeno può impossessarsi totalmente del giocatore; azione a cui in sé non è congiunto un interesse materiale, da cui non proviene vantaggio (…) e suscita rapporti sociali che facilmente si circondano di mistero o accentuano mediante travestimento la loro diversità dal mondo solito».

L’arte vive in intima familiarità con il gioco

L’arte, quella più radicale, vive in intima familiarità con il gioco. Essa non trasmette nulla – nulla che sia concettualizzabile in termini didascalici – se non se stessa, risplende, come la rosa cantata dal mistico tedesco Angelus Silesius, ohne warum, senza perché. Qui è riposto il cuore tenebroso della bellezza, la potenza disarmante e radicale delle sue irradiazioni. La sua immediatezza sempre, ci piaccia o meno, de facto mediata. Proprio come il divino, quell’acuto «scintillamento discontinuo che rinvia a qualcosa di compiuto e continuo» (Roberto Calasso, L’innominabile attuale).Sottraendosi alla richiesta di “rendere ragione” (reddere rationem, dicevano i latini) di sé, l’arte sovverte il senso comune: nel suo mistero abissale e perturbante (unheimlich) risiede la sua concretissima e inattingibile presenza.

Rendere visibile l’invisibile

Martin Heidegger, chiosando il già citato passo del Pellegrino cherubico di Silesius, ebbe a notare: «Il fiorire si fonda in esso stesso, ha il proprio fondamento presso esso stesso e in esso stesso. Il fiorire è puro schiudersi da se stesso, puro splendere. I più antichi pensatori greci dicevano Φύσις». Ecco: proprio l’arte che non vuole dimostrare nulla riesce a rendere visibile l’invisibile. Essa, nel suo gioco incessante, si richiama, più o meno consapevolmente, a tale postura conoscitiva e prassistica: procede similmente alla natura, la Φύσις di cui parla Heidegger, che dispiegandosi secondo le proprie sole norme sempre torna in se stessa. Questo ritorno si attua mediante quello scarto nel quale, proprio all’interno dell’esperienza estetica, l’astante “trascende” se stesso nell’incontro con l’opera. Qui nasce un gioco “serissimo” – serio come la vita e antico come il mondo.

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