HomeCulturaDove va il balletto? Ce lo rivela Jewels

Messaggi correlati

Dove va il balletto? Ce lo rivela Jewels

Ascolta la versione audio dell’articolo

“Avanti, nella direzione di Petipa”: George Balanchine ha sempre avuto presente l’insegnamento del suo antico maestro, Fjordor Lopukhov, che nella Russia post rivoluzionaria, ricca di fervori avanguardistici anche nel balletto, spingeva ad un “ritorno all’ordine”, ovvero al recupero delle regole auliche fissate dal coreografo francese, non tanto per custodirlo sterilmente, ma per trovarvi la sua più profonda verità e la materia da far evolvere nei tempi nuovi.

E Balanchine che, fuoriuscito da Pietrogrado dopo una feconda sosta con i Balletti Russi arrivò a New York per aprire la via americana del balletto, nella sua opera monumentale ha dimostrato quanto le limpide leggi dell’organizzazione e della costruzione di passi, legati e movimenti nello spazio fissate nel passato potessero rigenerarsi nel presente se applicate con creatività e audacia, fantasia e rischio, grazie ad una continua trasformazione nell’assetto, nel ritmo, nella modalità di esecuzione.

“Jewels” al Teatro alla Scala

Photogallery10 foto

Visualizza

Il ritorno di Jewels

A ricordarcelo bene, una volta di più, è Jewels, in scena ora con grande successo al Teatro alla Scala brillantemente danzato dalla sua compagnia, a partire dai solisti in grande spolvero (di fatto la vera inaugurazione della stagione di danza scaligera). Perché di fatto Jewels è una celebrazione dell’arte del balletto e una straordinaria sintesi della sua storia; ma è anche l’orgoglioso proclama di un’appartenenza culturale che se sembra nostalgica (come nell’imperiale Diamonds sulla Terza Sinfonia di Ciaikovsky) o ancora vagheggiante una romantica reverie (nell’evanescente, delicato Emeralds su musiche liquide di Gabriel Fauré), indica la strada futura di quest’arte soprattutto nel duetto spudorato di Rubies ( sul Capriccio per piano e orchestra di Stravinsky) dove il gioco della partnership diventa una continua sfida e i limiti canonici della regola aurea della danza classica si infrangono audacemente in disequilibri e iperestensioni.

Ancora oggi affascina l’inesauribile ricchezza compositiva delle tre sezioni, che partendo da un assetto comune, il linguaggio classico, ne dimostrano con fantasia rigogliosa così tante intonazioni e coloriture da sembrare infinite. E fa riflettere che questo balletto con tanto di tutù, bellissimi, di Karinska, apparve nel 1967, in quella New York che vedeva gli sperimentatori della Judson Church calarsi dai grattacieli e Merce Cunningham dare inizio con Variations for V alle prime esperienze di videodanza.

Avanti nella direzione di Balanchine

Ma se a quell’epoca la danza di ricerca era audace e potente, oggi sembra disperdere in gran parte la sua forza rivoluzionaria in concettualismi sempre più autoreferenziali o in derive extra-professionistiche e più vicine ad attività socio-ricreative. E allora è proprio da quanti hanno proseguito sulla strada indicata da Balanchine che arrivano stimoli e illuminazioni. Da William Forsythe innanzi tutto, di cui qualche settimana fa il Balletto dell’Opera di Roma ha presentato con piglio agguerrito “Herman Schmerman” un quintetto più duetto del 1995 che guarda caso riecheggia il balanchiniano Rubies nella dialettica sfrontatezza dei due e nella gara sottile che spinge ancora avanti il gioco di ruoli, enfatizzato dalla gonnellina gialla di entrambi i danzatori.

Da non perdere