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Arriva a teatro ‘Amori fragili’  la storia dello storico incontro tra Gigi Riva e Fabrizio De Andrè

AGI – Quando le luci oscurano il palcoscenico, dal pubblico si leva un lungo applauso. A battere le mani, sul lato destro del Cortile delle Carrozze della Reggia di Venaria, c’è un gruppetto di ragazzi, il più giovane avrà quattordici anni.

“Buffa lo seguivo su Sky, mi piace tantissimo sentirlo parlare”. Federico Buffa, che nei prossimi giorni compirà 62 anni, è il protagonista di “Amici Fragili”, la storia dell’incontro – avvenuto a Genova nel 1969 – tra il calciatore Luigi “Gigi” Riva e il cantautore Fabrizio De Andrè. Uno spettacolo realizzato con la regia di Marco Caronna, sul palco anche in veste di musicista e cantante, il contributo di Alessandro Nidi al pianoforte e un cameo di Paolo Fresu, sulle note del brano sardo “No potho reposare”.

“Osservare dal palco la gente, soprattutto i ragazzi mi emoziona – dice Buffa all’Agi – è un successo che non so spiegarmi ma che raccolgo con piacere”. Da qualche tempo il giornalista milanese si è spostato dagli studi di Sky al teatro, riproponendo in una veste più elaborata il format che lo ha reso famoso: raccontare storie di sport e di personaggi leggendari – alcuni noti, altri dimenticati – in un incastro di ricordi, curiosità e coincidenze.

In “Amici Fragili” l’ambizione è massima, perché Riva e De Andrè sono celebrità intolleranti alla retorica, sempre lontani dai riflettori e restii a dare in pasto a chicchesia sentimenti ed emozioni. “Lo spettacolo – spiega Buffa – è disegnato da Marco Caronna, che mi sentì raccontare quest’episodio. Riva era attratto dal brano “Preghiera in gennaio” di De Andrè e così dopo un Genoa-Cagliari decise d’incontrare il cantautore nella sua abitazione ligure. Immaginammo la scena e cominciammo a lavorarci sopra”.

Buffa non ha mai incontrato Gigi Riva. Da bambino però, quando il calciatore tornava a casa nel Varesotto, il giornalista, che viveva poco distante, saliva in sella alla sua bici e si appostava insieme ad altri coetanei sotto l’abitazione del bomber, che alla fine degli anni Sessanta era già una stella del calcio internazionale.

“Non penso che lui abbia mai visto lo spettacolo e probabilmente non sa neppure che esista, tutto quello che conosco di Riva è merito di sua sorella Fausta. È stata lei a raccontarmi la maggior parte degli aneddoti che porto in scena”.

Per non smentirsi, quel giorno Riva e De Andrè si scambiarono poche parole e due cimeli: Faber regalò la sua chitarra a Gigi e questi ricambiò con la maglia numero 11 del Cagliari, appena indossata nella partita contro il Grifo.

Di sicuro non c’era abbastanza materiale per costruire uno spettacolo così corposo, ma in questo Buffa è maestro. Le due ore scorrono via tra vicende parallele che a volte sembrano allontanarsi inesorabilmente dal nucleo narrativo, ma l’autore è abile a rientrarvi con repentine sterzate.

“Alla televisione preferisco il teatro, che è sangue e immediatezza. Mi infastidisce oggi il consumare tutto così in fretta, il teatro invece si prende il tempo di cui ha bisogno. Non sono un attore, ma il palcoscenico mi attrae, è un posto speciale”.

A un certo punto dello spettacolo, Buffa s’infila dentro una cabina telefonica e per qualche minuto veste i panni di Gigi Riva, in un dialogo immaginario e intimo con i genitori che non ci sono più. “Piango per davvero, forse perché è una cosa che sto raccontando a me stesso. Il rapporto con mio padre non era semplice, la storia di Riva la sento anche un po’ mia”.

Nel mare magnum della rete i giudizi su Buffa sono quasi tutti lusinghieri. A lui va il merito di avere riportato in auge un genere che già esisteva, ma che forse aveva bisogno di essere rinnovato, con un piglio più accattivante e un ritmo a tratti incalzante.

“Prima di ogni spettacolo, che sia in tv o a teatro, è indispensabile prepararsi. Mi è sempre piaciuto avere tanto materiale a disposizione, quando ho raccontato la storia di Muhammad Ali, se non ricordo male, ho letto tredici libri”. Il teatro non mente ed è impossibile, vedendo recitare Buffa, non percepire una sorta di malinconia, nostalgia dei tempi andati.

“Penso sia abbastanza normale che quelli della mia età si rifugino in un mondo che riconoscono facilmente. In questa società che non fa altro che cercare consenso, estremamente esposta eticamente e visivamente, si perde quello che considero il bene più prezioso, la nostra intimità. Per fortuna anche oggi, almeno per quanto concerne lo sport, c’è chi cerca di proporre qualcosa di diverso. Penso a L’Ultimo Uomo o Undici, esempi che regalano un’idea di sport narrato, con giovani giornalisti che hanno passione e padronanza della materia”. 

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